31 marzo 2008

PROVE ARCHEOLOGICHE - parte seconda




GLI AMULETI DI KETEF HINNOM:

L’onore del primo posto senza dubbio appartiene al testo dell’Antico Testamento e a quello del Nuovo Testamento più antichi, noti fino a questo momento.

L’antichità del testo dell’Antico Testamento è attestata dai due amuleti scoperti all'interno di una profonda grotta di sepoltura in un sito conosciuto come Ketef Ben-Hinnòn, sull’altro lato della valle di Hinnom rispetto alle mura occidentali della città antica di Gerusalemme.(a ovest della città vecchia di Gerusalemme) Sono conosciuti come gli amuleti di Ketef Hinnom, scoperti nel 1979 da Gabriel Barkay nella caverna 25. Erano nascosti nella tomba fin dal VII secolo aC.

Queste piastre d’argento datate tra il settimo e il sesto secolo a.C., arrotolate così da formare due amuleti (il più grande di 10 x 2,5 centimetri, e il più piccolo di 4 x 1,2 centimetri), riportano incise le parole di Numeri 6,24-26 sull’una, e di Deuteronomio 7,9 sull’altra. Entrambe corrispondono alle parole ebraiche trovate nel Pentateuco e mostrano una straordinaria similitudine con le parole e l’ortografia di queste Scritture. Tutto ciò sfida coloro, che datano il Pentateuco nel periodo post-esilico, a spiegare come due testi dalla Legge di Mosè appaiano molto prima rispetto alla data che la critica accademica ha attribuito loro.

IL PAPIRO DI JOHN RYLANDS:

In un modo simile, il papiro di John Rylands, scoperto nel 1920 da Grenfeld in Fayum, Egitto, risultò essere il più antico frammento di un manoscritto del Nuovo Testamento finora conosciuto. Fu datato dagli esperti di papirologia nel 125 d.C. Poiché però era in circolazione a tale distanza nel sud dell’Egitto, questo pezzettino di papiro con dei versetti dell’Evangelo di Giovanni (Gv 18,31-33; 37-38), mise fine con successo ai tentativi dell’epoca di attribuire all’Evangelo di Giovanni una data molto più tardiva, posteriore al discepolo Giovanni, e di porlo quindi verso la fine del secondo secolo d.C. Alla luce dell’evidenza archeologica, non fu più possibile un tale spostamento.


I ROTOLI DEL MAR MORTO:

Probabilmente i più sensazionali manoscritti scoperti ai nostri tempi sono i rotoli del mar Morto. Furono trovati nel 1948 nelle caverne vicino alle rovine di Qumran, una comunità degli Esseni del primo secolo a.C., collocata vicino alla costa nord-occidentale del Mar Morto. [N.d.R.: Nuovi studi affermano che Qumran era solo un centro artigianale e commerciale e che i rotoli furono portati nelle caverne nei pressi di Qumran dai sacerdoti di Gerusalemme, prima della distruzione del tempio (70 d.C.).] Questi 1.100 documenti antichi e 100.000 frammenti, più vari rotoli completi e intatti, rappresentano porzioni di testo o il testo intero di ogni libro dell’Antico Testamento in ebraico con l’eccezione del libro di Ester. Circa 230 tra i manoscritti ritrovati sono copie di libri dell’Antico Testamento. Prima della loro scoperta, i manoscritti più antichi ancora esistenti della Bibbia ebraica risalivano al 920 d.C. Alcune copie della traduzione greca della Septuaginta risalivano al terzo secolo a.C., ma fino alla scoperta dei rotoli del mar Morto nessun manoscritto ebraico era così antico.

A quel punto possedevamo Scritture ebraiche che potevano essere datate al primo o anche al secondo secolo a.C. Ancora più incredibile, questi rotoli del mar Morto dimostravano che la nostra Bibbia fu preservata con ammirevole esattezza per oltre due millenni. L’esempio migliore è una copia di Isaia la quale rivelò che, dopo un periodo di 1.000 anni di tradizione di ricopiatura testuale riguardo a una parte della nostra Bibbia corrente che ammonta a più di 100 pagine, soltanto tre parole in tutto il libro di Isaia presentano alcune differenze — e queste differenze sono solo delle variazioni di ortografia paragonabili, ad esempio, a una differenza tra l’italiano e il romanesco in «buono» e «bono».

IL DIPINTO DI BENI HASAN:

In un villaggio chiamato Beni Hasan, circa 240 chilometri a sud del Cairo, sulla costa est del fiume Nilo, in una caverna fu trovato un dipinto lungo 2,5 metri e alto 45 centimetri, risalente alla prima parte del diciannovesimo secolo a.C. Conosciuto come il dipinto di Beni Hasan mostra degli «Asiatici» (ma più precisamente, otto uomini, quattro donne e tre bambini, guidati da due ufficiali egiziani) che entrano in Egitto per vendere del trucco per gli occhi. Gli uomini portano lunghi kilt variopinti che coprono il loro petto e una spalla, e hanno sandali ai piedi. Ciascun uomo ha una folta capigliatura, una barba corta, ma niente baffi.

Similmente, le donne hanno vestiti variopinti, ma questi vestiti sono molto più lunghi e non hanno frange in fondo. Le donne portano ai piedi anche una sorta di calzette che formano un tutt’uno con le suole e sul capo un cerchietto per tenere insieme i loro lunghi cappelli. Due asini, accompagnati da uno stambecco e da una gazzella, trasportano ciò che sembra un mantice sulle loro schiene. Gli uomini sono equipaggiati con ciò che sembrano otri di pelle per l’acqua, uno strumento musicale (la lira), e lance, archi e frecce. I kilt di tanti colori ci ricordano la tunica di tanti colori di Giuseppe (Genesi 37,3; vedi anche 2 Sam 13,18), e ci danno un'idea della cultura dei patriarchi e di come i loro contatti economici e politici con l'Egitto potevano apparire. È un'immagine affascinante della vita al tempo dei patriarchi.

LA STELE DI BASALTO DI DAN:

La stele di basalto di Dan, trovata nel 1993-1994, con su scritte le parole «casa di Davide», ci ha fornito la prima evidenza extra-biblica della reale esistenza del re Davide. Prima di ciò, era di moda scartare nella Bibbia le narrazioni su Davide, considerandole propaganda sacerdotale che, durante la cattività babilonese, tentava di dare a Israele una storia passata rispettabile.

Avraham Biran, dello «Hebrew Union College», scavando un sito nel nord d’Israele conosciuto come Dan, in un muro esterno, fatto di pietre, trovò un frammento di basalto di circa 30 centimetri d’altezza. Nello stesso muro un anno dopo, furono scoperti altri due pezzi più piccoli, anch’essi parte dell’iscrizione originaria. Quando le parole aramaiche furono tradotte dalla scrittura paleoebraica, ci si è trovati di fronte al primo riferimento extra-biblico relativo a re Davide.

Quest’annuncio ha spinto gli studiosi a dare un’altra occhiata alla pietra basaltica conosciuta come la Stele di Mesha, dal nome del re moabita Mesha, che fu trovata un secolo prima. Questo testo si lagnava di «Omri, re d’Israele», il quale aveva oppresso il regno di Moab, una terra a est del mar Morto e del fiume Giordano (1 Re 16,21-27). In una frase in parte frammentaria dell’Iscrizione di Mesha, uno studioso francese di nome Andre LeMaire aggiunse due lettere mancanti nelle originali 5 lettere ebraiche, in modo da poter leggere la «casa di Davide». La stele raccontava quindi la storia di come Mesha rimosse il giogo che la casa di Davide aveva imposto su Moab anni prima [LeMaire, «The House of David...», BAR (1994), pp. 30-37]. A quel punto c’erano due riferimenti a un Davide che qualcuno affermava non fosse mai esistito.

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