21 maggio 2008

di Stefano Maria Chiari

E' noto, il termine gnosi significa «conoscenza» e richiama percorsi filosofici ed ideologici che, pur potendo in sé possedere accezioni positive (la vera conoscenza è dono dello Spirito Santo: la sapienza dei Misteri di Dio), solitamente evocano concetti legati a teorie e pratiche esoteriche.
A seguito della lettura degli illuminanti articoli del dottor Infante, che interessano il rapporto tra scienza e mondo dell'occulto, forse non è inutile sottolineare come esistano delle evidenti rispondenze tra alcune categorie dogmatiche di matrice religiosa e talune posizioni assiomatiche del pensiero scientifico attuale. L'ipotesi di relativamente recente divulgazione mediatica, denominata Big Bounce (il gran rimbalzo), per la quale «Il nostro Universo sarebbe nato dal collasso di un universo precedente, e l'origine dovrebbe essere immaginata come un rimbalzo della materia su se stessa, più che come un'esplosione» , rimanda all'altra teoria arcinota, quella del Big Bang. Queste due costruzioni immaginarie, per le quali gli scienziati tentano di trovare riscontri alle loro evidenze o conoscenze certe ed acquisite, sono, ad avviso di chi scrive, certamente intrise di pregiudiziali posizioni di principio (non dimostrabili) riconducibili proprio ai meandri oscuri del pensiero gnostico.
Cosa crede la vera Fede e cosa invece credono le innumerevoli superstizioni religiose inventate dall'uomo?
Il cristianesimo afferma l'eterna ed infinita trascendenza di Dio, la radicale alterità ontologica tra l'Essere Divino e tutta la creazione; questa, prodotto dal nulla per una liberalità infinita del Sommo Bene.
La gnosi (e con essa non intendiamo soltanto l'esoterismo bieco delle conventicole New Age, ma, in senso lato, anche i grandi sistemi elaborati dalle Upanishad, dalla Cabala, da Plotino e dalle diverse logge massoniche e via dicendo), al contrario, postula una continuità esistenziale, una omogeneità di sostanza tra Creatore e creatura. Per la gnosi Dio non è il Sommo Bene, nel quale v'è solo luce e non vi può essere ombra né oscurità, ma un indeterminato «Oltre», inconoscibile ed ineffabile «coincidentia oppositorum», al di là dell'essere e del non-essere, del bene e del male.
Questo comporta conseguenze importanti: l'uomo è in realtà un essere divino, se non Dio stesso;
la sua liberazione e salvezza da «questa valle di lacrime» (che però sarebbe più corretto definire, nella loro ottica, «illusione») si ottiene attraverso il compimento di un percorso iniziatico capace di produrre la vera conoscenza, la consapevolezza, l'illuminazione sulla verità ultima: essere Dio stesso, appunto.
La creazione sarebbe, pertanto, non il frutto e il riflesso limitato e pur completamente distinto delle perfezioni infinite di Dio, ma l'effetto di un processo di emanazione o decontrazione quasi meccanicistico, per il quale la Realtà eterna si disvela nel progressivo prodotto dell'alterità e del dualismo (meramente apparenti). Chi voglia osservare attentamente, senza troppi sforzi noterà subito quanta affinità esista tra Big Bang (o Big Bounce; qui il discrimine sarebbe soltanto temporale) e concetto di espansione del «pleroma».
L'opzione scientista di matrice profondamente materialistica che corrobora la convinzione di fondo e le cosiddette nuove conquiste conoscitive del sapere scientifico sono figlie di questo modo di pensare: l'universo in movimento verso una sua avanzante dilatazione, che vive il pericolo invitabile del suo futuro collasso; il ritorno delle anime in Dio; esse, al termine dei cicli di reincarnazione troveranno finalmente l'armonia dell'incontro in una presumibile perdita di coscienza nel vuoto nulla di un indistinto Nirvana.
Tale ideologia ha ricadute evidenti anche nel campo della morale.
Se infatti Dio Persona (così come lo intende il cristianesimo e non come manifestazione «parziale» del divino) è fondamentalmente assente, il relativismo morale impera sovrano. Se Dio non è più soltanto Amore, solo Bene, ma sintesi hegeliana di amore ed odio, che sfoci in un impronunciabile nome divino, allora all'uomo sarà, in fin dei conti, del tutto irrilevante l'assumere come condotta morale il perseguimento del Bene e del Giusto.
Le sue scelte etiche saranno dettate soltanto da esigenze contingenti, che non avranno echi nell'eternità del suo divenire. Alla fine, infatti, prima o poi, tutti ci si salva. Il disordine attuale, quello in cui vive immersa la società odierna, è proprio legato alla mancanza di inamovibili punti di riferimento: tolto Dio di mezzo, possiamo concederci ogni lusso (meglio sarebbe dire ogni vizio). Se Dio non c'è, o se viene presentato come effettivamente non è, non ha neppure senso parlare del grande male dell'umanità, vero distruttore del genere umano: il peccato.
Ogni condotta morale è pressoché equivalente. Le argomentazioni che volessero dimostrare il contrario sono solo sofismi. Se l'essenza del creato è divina, che posto ha il male? Questi deve essere relegato all'apparenza di un'illusione; la vera salvezza non sarà quindi l'adesione al Bene, attraverso la verità rivelata in Cristo, per Lui e con Lui, ma (come detto) il superamento delle fugaci parvenze.
Il guaio grosso è che non pochi ecclesiastici si sono lasciati abbagliare dalle «luci d'Oriente» e dal sortilegio magico dell'esoterismo, rendendo evanescente e fluttuante ogni rigore logico dei contenuti della vera Fede. Ciò è prodromo di apostasia. Ed allora a cosa rimonta il subbuglio esistenziale del vuoto ideologico delle menti dei giovani? All'abolizione di ogni semplice riferimento trascendente.
Adulterata la Fede, la morale crolla a picco.



Stefano Maria Chiari














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