24 luglio 2008

CRISTIANESIMO FOTOCOPIA?



E’ possibile rinvenire in internet (e non solo) lo sforzo argomentativo di numerosi sedicenti studiosi (più o meno titolati, non importa!) volto a banalizzare il cristianesimo, catalogandolo come «religione fotocopia» di altri precedenti culti pagani.
Gesù - personaggio di cui codesti illuminati contestano la storicità! - esistito oppure no, non ha detto nulla di nuovo; il suo insegnamento non è originale né unico né tanto innovativo da essere autenticamente rivoluzionario: Gesù è uno tra tanti, perché perdere tempo con Lui?
L’evento del cristianesimo, la Chiesa?
Una delle più grosse bufale dell’umanità.
Costoro si sono mai soffermati a leggere bene le pagine del Santo Vangelo ed hanno indugiato su di esse, confrontandole meticolosamente con gli scritti di altri fondatori di religioni o filosofi?
Siamo proprio certi che non ci sia alcuna novità?
Niente di niente?
Chi scrive è perfettamente convinto del contrario e non senza oggettivi riscontri.

Premesso che sia cosa ovvia che il pensiero umano, la saggezza di pensatori e finanche profeti ispirati possa essersi avvicinata a tanta altezza, a nessuno di costoro è dato neppure di tratteggiare la bellezza estrema che appartiene solo a Gesù, alla sua Persona e al suo messaggio.
Tanta profondità meriterebbe di essere creduta già soltanto per questo motivo.
Soffermiamoci sul messaggio di Gesù; e di questo, circoscriviamo solo un aspetto: l’amore.
In Cristo l’insegnamento della carità soprannaturale è completamente innovativo.
Dell’amore parlarono già in molti prima di Gesù, è vero! Ma in che modo?
E in che contesto?
In Cina, Me-Ti, così come Confucio, pensarono all’amore come panacea dei mali pubblici, come naturale amalgama del tessuto sociale: necessario per evitare disordini nella collettività.
La famosa massima «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» detta anche da Confucio, resta sul piano meramente negativo, senza evidenziare l’aspetto positivo dell’aforisma, come invece farà Gesù: «Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Luca 6,31); sembra poco, ma si tratta di un capovolgimento radicale.
Il misterioso Lao-Tse ne parlò ugualmente, ma riducendolo a mero galateo nei confronti delle offese.


Siddharta Gautama disquisì di benevolenza, di compassione, indirizzata nei confronti di ogni essere vivente: ma, lungi da rappresentare un ulteriore superamento nell’uscita da sé, ne costituisce ulteriore escrescenza: non dimentichiamo che il fine ultimo di Buddha è l’annullamento dei desideri (causa del dolore e della sofferenza per l’uomo), l’uomo è solidale con l’altro perché giova a se stesso, alla sua impassibilità. 

 
Le religioni iraniche non vanno oltre, come del resto anche Atene e Roma.
Il paganesimo antico, anche quello dotto degli impassibili stoici, non si sogna di superare, in nome dell’amore, le differenze sociali della schiavitù.
Quanto dista l’affermazione (contemporanea a Seneca) di San Paolo: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28)!
In ogni caso siamo ancora e sempre lontani dall’amore evangelico come donazione totale di sé per l’altro, per il bene dell’altro, chiunque egli sia, per il solo fatto di essere «altro».
L’amore che Gesù insegna, infatti, è un amore diverso.
Non soltanto lo è nell’universalità oggettiva dei destinatari, senza discrimini di razza, lingua o condizione sociale, amici o nemici (addirittura!); ma lo è anche in relazione alla fonte dal quale procede: Dio stesso.

La radicalità che Gesù esige non è soltanto completamente sconvolgente per la natura umana, che segua testardamente le proprie storte (a causa del peccato originale) tendenze, ma è oltre ogni possibile etica fino ad allora pensata.
A Gesù interessa l’uomo, tutto intero; e per salvarlo, per divinizzarlo totalmente, corpo ed anima, vuole che sia libero da ogni pastoia di corruzione e peccato; per quello esige che sia radicalmente suo, completamente «agito» dal Suo Spirito.
Ecco perché sentenzia in tal modo: «Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Matteo 5,22).

Il cuore, origine dell’umano sentire e pensare, deve essere limpido e puro, capace di far vivere e respirare dentro di sé lo stesso Amore del Padre: lo Spirito Santo; ogni sussulto disordinato volto a prevaricare l’altro, definito «il fratello» («Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» Matteo 23,8) sarà sottoposto a giudizio, perché crea nell’intimo della persona una lacerazione, un’infermità spirituale che lo divide interiormente, nella misura in cui si separa dall’altro e contemporaneamente si disgiunge, proprio per questo, anche da Dio, che è Amore. 

 
Lo Spirito di Cristo, che dimora nella profondità sconosciuta del cuore in grazia, più intimo di noi stessi, se non ostacolato dal proprio «io» e se lasciato in massima libertà, ama e deve farlo necessariamente.
Ama Dio ed il prossimo.
Chi ama davvero Dio non può non amare il fratello; come è vero quel che ricorda San Giovanni, che bugiardo è chi asserisca di amare Dio, odiando il prossimo; uno solo è lo Spirito che respira nel cuore di chi ama; o Lo si «possiede», oppure no.
Non c’è possibilità terza.
Per questo, ancora, Gesù insegnerà: «di farsi prossimo».
L’ammonimento verrà al termine della parabola del samaritano, quando Cristo, invece di rispondere chi sia il prossimo (come Gli era stato chiesto), capovolge la questione: insegna a farsi prossimo, cioè a scendere il livello del proprio piedistallo esistenziale, dove ognuno colloca il proprio mondo, e ad uscire da sé, per andare all’altro, incontro alle sue necessità.


E’ lo Spirito che muove il cristiano, questa è la fonte dalla quale attingere dell’acqua che disseta ogni arsura e purifica ogni pustola.
San Giovanni lo spiegherà bene: «E’ Dio che ama per primo».
Egli non si lascia vincere in generosità, quindi concederà a chiunque volesse aprire la porta dell’anima alla quale insistentemente bussa, di cenare insieme con Lui, traendo da tale intimità tutto il vigore necessario per affrontare il male e vincerlo, in maniera radicale.
«Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» (Matteo 5,39).


Ogni pulsione interna, ogni mozione intima e manifesta resta dominata, soggiogata, inerme, a scapito anche delle più naturali tra le reazioni: rispondere colpo su colpo, violenza su violenza.
Il monito di san Paolo di «non tener conto del male ricevuto» e di «vincere il male col bene» è vivo e realizzato nell’uomo di fede e preghiera.
Ogni movimento interiore è frenato dalla signoria dello Spirito, che solo ed unico comanda il cuore umano; oramai la volontà della persona resta pienamente identificata con quella del suo Signore.
E’ realizzazione perfetta della preghiera del Padre Nostro: «sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra». Il male è vinto alla radice.
L’amore che procede dal Padre riempie di sé l’universo intero, partendo proprio dall’assenso del singolo, dalla propria consegna interiore nelle mani dell’Altissimo.

Ma per arrivare a tanto, l’uomo vecchio deve essere crocifisso, morire al mondo; l’uomo deve lottare contro se stesso (solo di chi si sforza e di chi si fa violenza è il regno dei cieli! Ricordiamo Gesù), ma soprattutto deve comprendere che da solo non può nulla.
L’umiltà, riconoscimento della verità, è principio di ogni progresso ed avanzamento spirituale.
A questo fine, la semplicità evangelica è da intendersi anche come semplificazione della propria personalità, troppo spesso artefatta e costruita su falsi e vani ragionamenti.
Per questo leggiamo in Matteo 5,37-48 «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».


Qui Gesù richiede piena integrità morale, totale corrispondenza ed assonanza interna tra quel che si vive e quel che si pensa o si dice; irrimediabile semplicità di cuore, senza doppiezza o inganni di sorta.
«Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle».

Ecco il superamento della Legge antica, di Mosè e dei Profeti, ma anche delle tradizioni umane genericamente intese.
Avete inteso che fu detto: «Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».


L’esigenza ultima espressa da Gesù è quella di essere veramente «figli» dell’unico Padre; per essere perfetti come è perfetto Lui.
La perfezione alla quale Cristo chiama non riguarda un precettistico adempimento di norme, ma l’esperienza di una piena figliolanza, del comune sentirsi famiglia!
Come è possibile essere perfetti come il Padre?
Amare non soltanto il prossimo, ma perfino il nemico?
E’ assolutamente impossibile presso l’uomo, ma non presso Dio, perché nulla Gli è impossibile.
Si capisce bene che l’origine del bene nell’uomo dipende proprio da questa trasformazione osmotica con Gesù: «Restate in me ed Io in voi».
Il frutto generato da questa vivenza intima del Cristo nelle viscere del cuore è frutto dello Spirito, ed apportatore di gioia, pace ed amore.
Questo (anche se necessita della collaborazione dell’uomo) è principalmente opera di Dio.

«E’ Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori». (2 Corinti 1, 21-22); «Perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). 
 
Stefano Maria Chiari














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