5 maggio 2009

WETWARE




Wetware. Ovvero, liberamente tradotto, il considerare il cervello umano alla pari di un computer,e liberamente interfacciabile con esso.

Ma andiamo con ordine. Parlando di computer, con Hardware si intende ciò che è possibile fisicamente ‘toccare’ del computer, ovvero il suo monitor, i dispositivi come mouse e tastiera, i dischi e la circuiteria interni. Per Software vengono intesi i programmi che vengono utilizzati, come il sistema operativo, i giochi, i programmi di scrittura e così via.

Questa, è l’architettura dei computer che possiamo aver visto fino ad oggi. Tastiera, monitor, mouse, disco, memoria, programmi e qualche altro dispositivo.

Sta avanzando, da un po’ di anni, il concetto di Wetware. Questo termine, si sarà già compreso, è legato all’architettura di un computer. Solo che parlando di Wetware, si parla del corpo umano, in particolare di cervello e sistema nervoso.

Nel corpo umano, in questo concetto, l’Hardware viene rappresentato dal cervello, in quanto centro di elaborazione, e dal sistema nervoso, come bus trasportatore di dati e segnali.

I dispositivi sarebbero i muscoli e gli organi, volontari ed involontari, attivati dai segnali che vengono trasmessi dal cervello e quindi dai nervi. Il Software è costituito da mente, personalità ed i segnali elettrici del cervello.

Questo viene utilizzato come base di idee da chi studia e realizza protesi per interfacciare il corpo umano ed il computer.

Da questa base di idee si sta sviluppando una nuova generazione di tecnologie basate sul silicio che permettono di connettersi direttamente al sistema nervoso umano.

 
Avete presente i cyborg? Sicuramente sì, sono decenni che possiamo vedere film di fantascienza. Ecco. Trent’anni fa, questa poteva anche essere fantascienza.

Oggi, per molte cose non lo è più. Sono già disponibili alcune di queste tecnologie, ed altre in fase di studio. 

 
Come ogni tecnologia, non è la sua natura a renderla buona o cattiva, ma l’uso che se ne fa, o peggio chi la possiede. Il campo militare viene naturalmente per primo.

Esiste una protesi impiantabile nell’occhio, in grado, tramite una minicamera ed inviando segnali elettrici, di ridare la vista ai non vedenti. Questo chip riceve i segnali e li trasmette al nervo ottico, dal nervo ottico al cervello e così le immagini vengono ‘interpretate’ e quindi viste.

Per i portatori di handicap motorio, sono e saranno disponibili chip da collegare ai nervi od al cervello, Questi chip andranno a comandare un computer o gli interruttori nelle stanze, negli studi iniziali. Si arriverà anche al comandare protesi sostitutive di braccia o gambe o addirittura muscoli artificiali, che si attiveranno tramite gli impulsi nervosi inviati dal cervello e, non scordiamoci, interpretati e convertiti dal chip.

Tutto questo potrebbe essere utile. Queste intenzioni potrebbero essere buone.

Ma non dimentichiamoci di ogni aspetto di queste questioni. Il buono o cattivo utilizzo della tecnologia dipende infine in gran parte dall’utilizzatore.

Un ottimo esempio è la bomba atomica. Gli scienziati che hanno portato alla sua costruzione studiavano modi per sfruttare l’energia dell’atomo a beneficio dell’umanità. Non c’è bisogno di spiegare a cosa queste ricerche abbiano portato, lo insegna la Storia e sempre la Storia insegna chi ha utilizzato bene e chi male le tecnologie.

Per ora, osserviamo gli utilizzi del Wetware, non dimenticandoci che, purtroppo, la Storia ha la tendenza a ripetersi in rima.

Qui si sta parlando di collegare cellule nervose a chip di silicio. Oppure neuroni (cellule cerebrali) sempre a chip di silicio.

Lo stanno già facendo. In un esperimento, scienziati tedeschi hanno fatto crescere neuroni di una lumaca su un chip di silicio. Neuroni su un chip. Questo per cominciare a testare la compatibilità di circuiti elettronici con le cellule cerebrali, un primo passo verso lo studio di circuiti che vengano collegati direttamente al cervello. Per curare malattie, senz’altro, ma anche per potenziare le facoltà umane, ‘espansioni’ tecnologiche per ‘migliorare’ ciò che Dio ci ha donato.

Andiamo avanti.

Scienziati americani, nell’ambito di un progetto finanziato dalla Difesa americana (già qui mi fischiano le orecchie…) hanno impiantato un chip nell’ippocampo di un topo, togliendone via una piccola parte e sostituendola con un chip, ‘programmato’ alla stessa maniera della fetta di ippocampo tolta. E’ stata testata la compatibilità organica del chip, ed è stato già osservato come questo abbia aumentato le capacità mnemoniche del topo.

Parte dell’esperimento consisteva nel ‘riprogrammare’ il chip (trattandosi dell’ippocampo come del cuore della memoria, si traduce in modificazione dei ricordi o della capacità di memorizzare) e nell’osservare come venisse modificato il comportamento del topo.

Questo sui topi. Il Dipartimento della Difesa americano è, evidentemente, interessato al cervello dei topi. Per fare i sarcastici potremmo dire che non sia sicuramente interessato al cervello umano. Come no.

Inizialmente, quando sarà il passo dell’applicazione sugli esseri umani, questa cosa sarà molto probabilmente presentata come cura al morbo di Alzheimer, che colpisce, come noto, la memoria, causando grandi ed incurabili amnesie. Le cose vanno fatte accettare in un senso positivo. Ma chi dice che non possa essere usato per essere inserito nei soldati e riprogrammare la loro personalità? Già oggi, molti soldati reduci di guerra presentano problemi psichici a causa della manipolazione mentale a cui sono sottoposti per divenire insensibili all’uccisione dei civili, uniti alla totale obbedienza. Con un chip del genere sarebbe possibile eliminare questi problemi, letteralmente ‘sfogliando’ i loro ricordi e facendo piombare nell’oblio quelli che presentano i danni peggiori. Insomma insensibili al dolore e alla morte causati, perché se ne dimenticherebbero subito dopo. Esiste già una pillola dell’oblio, per dimenticarsi dei danni subiti, questo chip rende solo il lavoro più semplice.

I militari, sono esseri umani. Peccato venga loro insegnato a dimenticarselo. A disumanizzare l’altro. E’ successo che alcuni militari, tornati dalle missioni, si siano come ‘risvegliati’ pentendosi amaramente di quello che hanno fatto.

Andiamo avanti.

Esiste una azienda italiana, che studia un dispositivo che si rivela essere un chip connesso a e circondato da cellule biologiche vive. Si tratta di un sensore di analisi per i fluidi biologici, analisi chimiche come ad esempio l’antidoping e la qualità dei cibi. Per l’antidoping, il chip è circondato da cellule muscolari vive e tramite gli effetti delle sostanza su di esse sarebbe in grado di riconoscere le sostanze dopanti.

Ancora non è indicato se questo chip sarà impiantato o no all’interno degli sportivi. Ci aspettiamo che lo sia, secondo una predizione di Kevin Haggerty, nell’articolo scritto per il Toronto Starr nel 2006. Il chip sarebbe impiantato negli sportivi sempre con la scusante dell’antidoping.

Immaginatevi i calciatori nostrani chippati. Immagino quanti ragazzi, ragazzini ed adulti a pensare quanto sia ‘cool’ il chip con i dati medici impiantato nel corpo, dopo averlo visto nei loro idoli. Immagino la gente stessa a richiederlo.



La stessa gente lo richiederà, se adeguatamente convinta, se sufficientemente martellata sulla bontà ed utilità di un dispositivo del genere. Qui si parla di un circuito che ha la possibilità di interferire con la parte più interna del nostro cervello, dimostrato questo dalle modifiche comportamentali indotte al topo di cui sopra. Che possibilità si aprono, in questo caso? Si può parlare di controllo a distanza. Nulla impedisce che questo dispositivo possa rispondere ad onde ricevute da una qualche trasmittente, atte a modificazioni nel comportamento. In parole povere, come comandare un’automobilina a radiocomando.

 
Se fosse questa, la natura del Marchio, chi lo accetterà diventerà una marionetta, una specie di zombie, anche se ancora cosciente.

Guardiamo ancora altri studi. Qui un sensore collegato al cervello per misurare il livello di ossigeno. Qui un sensore per la pressione sanguigna, sempre piccole ed impiantato nel corpo. Anch’esso comunica in wireless. Qui uno studio su come funziona il ‘codice binario’ del cervello e sulla possibilità di caricare informazioni in modo diretto, tramite chip e piccoli elettrodi. Che “sballo”, non servirà più saper leggere… Qui un elettrodo conficcato nel cervello riesce a ridare la parola a chi non è più in grado di parlare, traducendo direttamente i segnali elettrici. Il fine è nobile, ma resta una forzatura. Qui un chip per il controllo dello stato di salute del paziente e rilascio di medicinali all’occorrenza. Se poi, addirittura, davvero si renderà disponibile il chip che stimolerà le aree cerebrali per il piacere sessuale… la diffusione sarà qualcosa di assicurato.

Aggiungiamo quella sul robot controllato da cellule viventi prelevate da topi, al posto dei processori.

E ce ne sono altre, questa branca di ricerca è tutta da svelare. Dopo il divertimento o l'utilità iniziali, qualcuno potrà assumerne il controllo (ricordiamoci che si tratta di elettronica wireless, riconducibile comunque al mondo dei computer) e rivelarne il lato meno bello.

Bisogna iniziare a scegliere fin da oggi tra ciò che viene da Dio e ciò che non viene da Dio.

Come ad esempio un microchip sottocutaneo.















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