20 febbraio 2014

PER TE CARA SORELLA...




Dedicato a tutte le care sorelle in Cristo


''ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato''
(Luca 15:32)







N.B. per visionare meglio il filmato a schermo intero, cliccare in basso sul riquadro nell'angolo destro del video









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13 febbraio 2014

AMARE VUOL DIRE..




Tutto si gioca sull'amore. Nella comunità cristiana si possono fare tante belle discussioni e mettere in atto tanti bei programmi, ma alla fine saremo giudicati da quanto abbiamo veramente amato.

L'amore non è un concetto astratto, ha ben poco a che fare con il sentimentalismo e non è qualcosa di soggettivo. Nella Bibbia l'amore è definito in modo oggettivo e trova nella Persona ed opera di Gesù Cristo la massima esemplificazione. L'unità della comunità di Corinto sarà preservata non solo dalla retta dottrina, dalla retta amministrazione delle ordinanze di Cristo, dall'esercizio della disciplina e dalla mediazione fra le diverse correnti di pensiero al suo interno, ma soprattutto dall'imitazione dell'amore di Cristo. Che cosa vuol dire amare? Paolo ne da numerosi esempi e ciascuno di essi potrebbe essere ulteriormente amplificato.

Amare vuol dire avere pazienza con gli altri, sopportarli pazientemente.

Amare vuol dire essere disposti ad atti di generosa benevolenza, essere sempre autenticamente gentili, affabili e cortesi, pronti ad aiutare anche “se costa” o sembra che l'altro “non se lo meriti”.

Amare vuol dire non essere invidiosi e gelosi. Non importa se l'altro sembra avere più successo di noi o maggiori beni e vantaggi. Ci si accontenta di quel che si ha e lo si valorizza.

Amare vuol dire essere umili, non pretendere riconoscimenti o vantare quel che si è o si possiede mettendosi a confronto. Essere o avere di più di altri comporta maggior impegno e responsabilità, come pure disponibilità alla condivisione ed al servizio.

Amare vuol dire essere sempre corretti nel modo in cui parliamo ed agiamo, corretti secondo lo standard morale della sapienza divina. Agire in modo sconveniente rispetto alla vocazione che abbiamo ricevuto vuol dire parlare o agire in modo incompatibile con il carattere di Cristo che, come cristiani, dobbiamo sempre riflettere. 

Amare vuol dire non cercare il proprio esclusivo interesse, anzi, “dimenticare” noi stessi. Significa servire prima gli altri, ingegnarsi a far loro del bene.

Amare vuol dire essere “lenti all'ira”, non dare soddisfazione a chi ci provoca, “gettare acqua sul fuoco” delle contese. 

Amare vuol dire “non pensare sempre al male”, “concedere il beneficio del dubbio”, non sospettare sempre negli altri cattive intenzioni, essere più pronti a giustificare che ad accusare e condannare.

Amare vuol dire non avere senso di vendetta e di rivalsa verso gli altri, quand'anche ci facessero del male; non rallegrarsi nel vederli cadere ed essere condannati; mettere sempre in evidenza negli altri ciò che è positivo rispetto a quel che è negativo. 

Amare vuol dire rallegrarsi ogni qual volta la verità è affermata e prevale; quando gli altri sono scagionati dalle accuse loro rivolte. 

Amare vuol dire sapere quando è meglio sopportare e soffrire in silenzio anche i torti che si ricevono. 

Amare vuol dire pensare sempre bene degli altri e presumerli veraci e in buona fede. 

Amare vuol dire continuare a sperare quando gli altri hanno perduto ogni speranza. Il mondo spesso considera tutto questo “stupidità” e “debolezza” ma alla fine si rivela forza, la forza di amare.



Preghiera. Signore, insegnami ad amare come Cristo ha amato ed ha insegnato ai Suoi primi discepoli. Aiutami a vedere come sarà questo amore a sempre trionfare alla fine. Amen.



 di P. Castellina







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9 febbraio 2014

QUESTO INCREDIBILE CRISTIANO



Lo sforzo corrente di diversi leader religiosi di armonizzare il Cristianesimo con la scienza, la filosofia e tutte le altre cose legate alla ragione è a mio modo di vedere il risultato dell’incapacità di comprendere il Cristianesimo e a giudicare da ciò che ho visto e letto è nel contempo l’incapacità di capire la scienza e la filosofia.

Nel cuore del sistema cristiano vi è la croce di Cristo con il suo paradosso divino. La potenza del Cristianesimo appare nel suo contrasto verso le vie degli uomini decaduti e mai nell’approvazione di esse. La verità della croce si rivela nelle sue contraddizioni. La testimonianza della Chiesa è più efficace quando viene dichiarata piuttosto che quando viene spiegata, perché il Vangelo si rivolge non alla ragione bensì alla fede. Ciò che può essere provato non ha bisogno di fede per essere accettato. La fede si fonda sul carattere di Dio e non su dimostrazioni da laboratorio o su ragionamenti logici.
 
La croce è in totale contraddizione all’uomo naturale. La sua filosofia viaggia in direzione opposta rispetto ai processi mentali delle persone non convertite ed è per questa ragione che Paolo poté affermare che la predicazione della croce è follia per coloro che non credono. E’ impossibile trovare un terreno comune tra il messaggio della croce e la ragione degli uomini inconvertiti e persistendo su questa strada si finisce col ridurre la croce a qualcosa senza senso privando il Cristianesimo della sua potenza.

Ma tralasciando la teoria cerchiamo di osservare come i veri cristiani mettano in pratica gli insegnamenti di Cristo e degli apostolici. Notate le contraddizioni:
I cristiani credono che Cristo sia morto e nel contempo sanno che è vivo più di prima e vivrà per sempre. Il cristiano cammina sulla terra mentre è seduto in cielo e sebbene sia nato sulla terra dopo la sua conversione non ritiene che questa sia la sua casa. Come i falchi, i quali quando sono in volo rappresentano l’essenza della grazia e della bellezza e non appena toccano terra diventano brutti e goffi, allo stesso modo i cristiani splendono di bellezza quando sono nei luoghi celesti, mentre si sentono a disagio nelle vie di questa società nella quale sono nati.

I cristiani imparano presto che se vogliono essere vittoriosi come figli del cielo in mezzo agli uomini della terra non devono seguire gli stessi modelli umani, ma piuttosto fare il contrario. Chi vuole essere salvato mette sé stesso in pericolo; infatti, egli è disposto a perdere la sua propria vita per salvarla, mentre rischia di perderla se invece tenta di preservarla. Egli si abbassa per salire. Se si rifiuta di abbassarsi rimane in basso, mentre nel momento in cui decide di abbassarsi allora viene innalzato. 
 
Egli è forte quando è debole ed è debole quando si sente forte. Anche se povero ha il potere di arricchire gli altri, mentre quando diventa ricco questa sua abilità svanisce. Ha di più dopo che ha dato agli altri, mentre più tiene per sé e meno ha.

Egli potrebbe essere e spesso lo è tanto più alto tanto più si sente basso ed è più puro proprio nel momento in cui è maggiormente consapevole di peccato. E’ molto più sapiente quando riconosce di non sapere e lo è meno quando ha acquisito una gran massa di conoscenza. In molti casi egli fa di più non facendo nulla e va più lontano restando fermo. Nell’angoscia riesce comunque a gioire e a mantenere il suo cuore sereno anche nella sofferenza. 
 
Il carattere paradossale del Cristiano appare costantemente. Per esempio, egli ritiene di essere salvato oggi, ma tuttavia si aspetta di essere salvato in seguito e guarda avanti con gioia alla futura salvezza. Egli teme Dio ma non ha paura di Lui. Davanti alla presenza di Dio egli si sente indegno e sottomesso, ma nel contempo non vorrebbe che stare alla Sua presenza. Pur sapendo di essere stato purificato dai suoi peccati soffre tuttavia nell’essere consapevole che nella sua carne non vi è nulla di buono.
 
Ama in modo assoluto Uno che non ha mai visto e anche se vive in condizioni di umiltà e povertà si rivolge familiarmente con Colui che è il Re dei Re e il Signore dei Signori e in tutto questo non trova nulla di strano. Si considera come una nullità eppure crede con certezza di essere la pupilla dell’occhio di Dio e che per lui il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è morto sulla croce della vergogna. 
 
I cristiani sono cittadini del cielo e a questa sacra cittadinanza riconoscono la propria fedeltà, ma essi possono nel contempo amare la propria nazione terrena con la stessa intensità che indusse John Knox a pregare: “O Dio, dammi la Scozia o muoio”. 
 
Egli attende con gioia il momento in cui entrerà nel luminoso regno celeste, ma non ha fretta di lasciare questo mondo attendendo con pazienza la chiamata del Padre. Ed è incapace di comprendere perché i non credenti lo condannino per questo, dal momento che gli sembra del tutto naturale questo suo atteggiamento.
 
La croce portata dai cristiani rappresenta inoltre nello stesso tempo un messaggio di pessimismo e ottimismo come non ne esistono altri sulla terra.
Quando il credente guarda alla croce è pessimista, poiché egli sa che il giudizio caduto sul Signore della Gloria è una condanna a tutta la natura e al mondo degli uomini. Egli rigetta qualsiasi tipo di speranza umana all’infuori di Cristo perché sa che qualsiasi sforzo umano è come polvere sulla polvere. 
 
Tuttavia egli è sereno e pienamente ottimista. Se è vero che la croce è una condanna al mondo è altresì vero che la resurrezione di Cristo garantisce il trionfo finale del bene su tutto l’universo. Grazie a Cristo alla fine tutto andrà bene e i cristiani attendono che ciò si realizzi. Incredibili cristiani!



 di A. W. Tozer



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5 febbraio 2014

CRISTIANI CHE NON FANNO COMPROMESSI

 



"14 Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre? 15 E quale accordo fra Cristo e Beliar? O quale relazione c'è tra il fedele e l'infedele? 16 E che armonia c'è fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio: «Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. 17 Perciò, uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d'impuro; e io vi accoglierò. 18 E sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie», dice il Signore onnipotente. 7:1 Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio" (2 Corinzi 6:14-7:1).


In questo testo l'Apostolo dà un comando esplicito: "Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi" (v. 14), resa dalla Diodati come: "Non vi accoppiate con gli infedeli" e dalla CEI come: "Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli". L'espressione originale è un comando molto forte: "Μὴ γιπνεσθε ἑτεροζυγοῦντες ἀπίστοις", da: ἑτεροζυγέω (heterozugeó), aggiogati in modo diseguale. Potrebbe essere reso: "Non legatevi, non associatevi strettamente agli increduli, come dei buoi aggiogati con asini" (Weymouth). L'imperativo qui non è un ammonimento contro un pericolo potenziale: "Fate in modo da non mettervi con ecc." ma l'istruzione di interrompere un'azione già iniziata. Questo comando sembra uscire fuori dal contesto immediato del discorso che Paolo sta portando avanti in questa sezione della lettera. In realtà ne è conseguente. Prima l'Apostolo, infatti, parlava del cuore dei cristiani di Corinto che "si era ristretto" estromettendovi lui stesso che pure non aveva smesso di amarli. Nel contempo, però, essi avevano probabilmente spalancato" le porte del loro cuore" a gente che, priva di fede in Gesù, li stava condizionando negativamente (e allontanando da Paolo).


Chi sono gli "infedeli" [ἄπιστος, apistos, senza fede] a cui fa riferimento? L'Apostolo fa uso di questo termine diverse volte in 1 Corinzi 7 per distinguere coloro che hanno preso un personale impegno verso Cristo e coloro che non lo hanno fatto. In 2 Corinzi per coloro la cui mente è stata accecata da Satana affinché non vedessero la luce dell'Evangelo (4:4). Qui si riferisce a coloro rispetto ai quali i cristiani hanno "un conflitto di interessi" che sorge da impegni reciprocamente incompatibili. I cristiani sono legati, per fede ed ubbidienza, a Cristo come loro solo ed unico Signore. Egli determina l'indirizzo stesso della loro vita. Egli è "il nostro unico Padrone e Signore" (Giuda 4) ed osservano il comandamento che dice: "Non avere altri dèi oltre a me" (Esodo 23). La lealtà di fondo della loro vita non può essere divisa fra due padroni: "Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona" (Luca 16:13).


L'apostolo, così, mette in evidenza come non si possa essere associati a coloro la cui vita tende in direzione diversa da quella sulla quale ci conduce Cristo, gente che inevitabilmente cercherà di tirarci (e talvolta con successo) da un'altra parte, perché il loro cuore non è legato (come deve essere il nostro) a Cristo, Cristo non è di fatto il loro Signore.


Certo non è escluso ogni contatto con coloro che non credono a Cristo. Paolo lo afferma quando scrive: "Vi ho scritto nella mia lettera di non mischiarvi con i fornicatori; non del tutto però con i fornicatori di questo mondo, o con gli avari e i ladri, o con gl'idolatri; perché altrimenti dovreste uscire dal mondo" (1 Corinzi 5:9-10). È, però, un tipo particolare di contatto con gli increduli quello del quale qui si parla: l'associarsi a coloro che ci indurrebbero a compromettere la nostra fede. Il fatto che Paolo citi Isaia 52:11 "Purificatevi, voi che portate i vasi del SIGNORE! Uscite di mezzo a lei! Non toccate nulla d'impuro! Partite, partite, uscite di là!" dove ad Israele è comandato di "uscire di mezzo a lei", di separarsene, suggerisce, appunto, il contatto che porta a fare compromessi (v. 17).


Che cosa potrebbe costituire un illegittimo compromesso con gli increduli? Alcuni lo applicano indicandolo come la proibizione per i cristiani di legarsi in matrimonio con persone che non confessino Cristo come loro Signore (suggerito, per esempio, dalla traduzione Diodati: "Non vi accoppiate con gli infedeli"), ribadito nelle innumerevoli proibizioni dell'Antico Testamento al riguardo di "matrimoni misti". Il significato principale di questo comando, qui, però, è soprattutto rivolto alla chiesa: dobbiamo andare verso gli increduli per "influenzarli" per Cristo, ma non per essere tanto loro legati da esservi a nostra volta influenzati e condizionati, costretti ad accettare compromessi tali da mettere in questione la nostra ubbidienza verso Cristo.


C'è oggi da chiedersi, per esempio, se una chiesa, un movimento cristiano o un singolo credente possa allearsi per combattere "una causa comune" con increduli, atei, con movimenti o persone che sostengono errori dottrinali o esponenti di altre religioni (false), oppure - come capita talvolta oggi - con il movimento omosessuale, ad esempio, per difendere la laicità dello stato. Se questo "associarsi" con loro implica rinunciare a parlare contro l'empietà, l'errore dottrinale, l'immoralità, sostenere più o meno indirettamente la loro identità e tesi o ammetterle in modo compiacente, a assoggettarsi a ciò che non è biblicamente accettabile, questo senz'altro potrebbe essere inteso come il compromesso che ci è comandato di non fare e che pregiudicherebbe la nostra confessione di fede.


Che qui si parli dei compromessi fatti in quanto chiesa è particolarmente chiaro sulla base dei testi dell'Antico Testamento che l'Apostolo qui cita in appoggio alla sua proibizione. In ciascuno di questi casi essi trattano del popolo di Dio legato a Lui da un preciso patto, l'Alleanza, il popolo di Dio considerato come tempio di Dio (vv. 16-18), riapplicato qui alla chiesa. Il termine che usa, cioè ἑτεροζυγέω (heterozugeó) era usato soprattutto in agricoltura e si riferiva alla pratica di attaccare al giogo due tipi diversi d'animale, come un bue ed un asino, cosa particolarmente inopportuna.


Per descrivere questo tipo di associazione proibita, Paolo fa uso di cinque termini: 1) μετοχή ( metoché) rapporto, relazione, comunanza, partecipazione: "che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità" (14a)? Che cosa c'è in comune? 2) κοινωνία ( koinónia) comunione o unione: "quale comunione tra la luce e le tenebre" (14b)? Quale partecipazione? 3) συμφώνησις (sumphónésis) accordo, armonia: "quale accordo fra Cristo e Beliar" (15a)? Quale concordia? "Come possono 'suonare assieme'?". 4) μερίς (meris)  relazione, collaborazione, parte: "quale relazione c'è tra il fedele e l'infedele" (15b)? Che cos'hanno in comune? 5) συγκατάθεσις (sugkatathesis) armonia, accordo: "che armonia c'è fra il tempio di Dio e gli idoli" (16a)? "A quale decisione possono giungere assieme?". Non si tratta quindi di un'accompagnarsi occasionale, ma un'associazione stabile, funzionale.


L'Apostolo qui non specifica di quale associazione particolare si tratti, ma considera che la cosa sia chiara per i suoi particolari lettori, visto che l'aveva già citata. Ad es. discutere cause fra cristiani in un tribunale civile (6:1-6), la partecipazione a festini idolatrici (10:6-22), unioni sessuali con prostitute (6:12-20) o con persone affini, come la propria matrigna (5:1-13).


Paolo lo applica a cinque sfere di incompatibilità, ritenendole "ovvie". Non possono "andare a braccetto":




  • Giustizia ed iniquità [ἀνομία (anomia)] chi non si sottopone alla legge di Dio, chi sostiene valori morali divergenti.
     
  • Luce e tenebre: " il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno.La via degli empi è come il buio; essi non scorgono ciò che li farà cadere" (Proverbi 4:18-19). In Paolo questa luce è cristologica, una luce che impone conseguenze etiche: "il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità" (Efesini 5:9).
     
  • Cristo e Beliar (ciò che è privo di valore, "buono nulla", altro nome per Satana). Quale collaborazione vi può essere fra Cristo e Satana, dato che il primo è teso a compiacere Dio ed il secondo ad opporvisi? Il potere del caos, della distruzione e della rovina, colui che acceca la mente dell'incredulo (4:4) e con il quale il credente ha nulla in comune, potrebbe essere per noi un alleato?
     
  • Fedele ed infedele, fra colui che si prefigge di essere fedele a Dio e colui che si compiace nell'avversarlo? 
     
  • Il tempio di Dio e gli idoli. Conversione vuol dire abbattere gli idoli, i falsi dei, rinunciarvi. Sono gli idoli di pietra ma anche quelli del cuore, tempio o "tabernacolo" di Dio. Può essere il cuore umano legittimamente un "pantheon" di divinità concorrenti ed apparentemente ed "ecumenicamente" conciliabili? Certo gli idoli non sono nulla perché non esiste che un solo Dio (1 Corinzi 8:4), ma cercare di conciliarli vuol dire dare potere e significato a chi non ce ne ha alcuno.


Il "tempio" del nostro cuore deve appartenere unicamente al Dio vero e vivente e, per dimostrarlo, l'Apostolo cita qui non meno che sei testi dell'Antico Testamento, in ciascuno dei quali si parla del popolo di Dio legato a Lui da un patto e riapplicato alla chiesa cristiana. Levitico 26:11 "Io stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e non vi detesterò". Ezechiele 37:27: "la mia dimora sarà presso di loro; io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo". Levitico 26:12: "Camminerò tra di voi, sarò vostro Dio e voi sarete mio popolo". Ezechiele 20:34: "Vi condurrò fuori dai popoli, vi raccoglierò dai paesi dove sarete stati dispersi, con mano forte, con braccio disteso e con furore scatenato". 2 Samuele 7:14: "Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e, se fa del male, lo castigherò con vergate da uomini e con colpi da figli di uomini". Isaia 43:6: "Dirò al settentrione: «Da'!». E al mezzogiorno: «Non trattenere»; fa' venire i miei figli da lontano". Si tratta di promesse veramente straordinarie: apparteniamo al Signore, come potremmo associarci ad altri?


Paolo conclude questo blocco di versetti con un'esortazione alla purezza ed alla santità: "Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio" (7:1). La comunione con Dio alla quale siamo stati chiamati comporta nulla di meno che purezza fisica, mentale, morale e spirituale. Nulla deve contaminare, sporcare, questa nostra identità. La santità, il nostro essere "gente a parte" deve tradursi in un impegno a respingere dalla nostra vita tutto ciò che a Dio dispiace, Gli è avverso, Gli è incompatibile. Siamo stati salvati dal sangue versato da Cristo che ci purifica da tutto ciò che non è compatibile con la comunione perfetta che un giorno avremo con Dio e, indubbiamente, questa purificazione deve cominciare dall'oggi stesso: "In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui" (Efesini 1:4).


Preghiera. Signore Iddio, rendimi sempre più cosciente a che cosa tu mi hai chiamato quando mi hai unito per fede a Cristo affinché io fossi salvato. Mi hai chiamato alla santità di corpo, mente e spirito, alla sempre migliore compatibilità con ciò che Tu sei. Per poter essere a Te unito per l'eternità deve scomparire da me tutto ciò che non si conviene alla tua perfetta santità. Sospingimi con decisione su questa strada. Soprattutto, dammi la sapienza necessaria affinché sia come singolo che nell'ambito della comunità cristiana, io sappia come rapportarmi agli increduli, respingendo ogni loro tentativo di allontanarmi da te accettando indegni compromessi. Nel nome di Cristo. Amen.


di P. Castellina 


 
http://paolocastellina.pbworks.com/w/page/30742062/2cor6_14 7_1







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